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Parole di pregiudizio

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film_amistadL’essere dell’uomo è una comunicazione profonda. Essere significa comunicare. Essere significa essere per l’altro e, attraverso l’altro, per sé. L’uomo non possiede un territorio “interno” sovrano. Egli è integralmente e sempre su una frontiera: guardando dentro di sé, guarda negli occhi altrui o attraverso gli occhi altrui. Non posso fare a meno dell’altro, non posso divenire me stesso senza l’altro. Bachtin, Dostoevskij, 1968.

 

Dialogare con l’”altro”, con il “diverso” e comprenderlo non significa riconoscerlo, se per riconoscere intendiamo accettarlo come individuo esattamente come fosse un nostro simile. Proprio qui stanno le differenze nei dialoghi dei film Queimada, Glory, Amistad e Mississippi Burning:

In Amistad solo dopo il superamento dell’ostacolo linguistico i colloqui tra i protagonisti e la testimonianza di Cinqué portano all’emergere della verità ma, soprattutto, da un lato alla considerazione dei prigionieri come individui e non più come una merce contesa e dall’altro alla presa di coscienza dell’Altro che raggiunge il suo emblematico apice nell’unica frase in lingua americana pronunciata dall’africano Cinqué: «give us free».film_queimada

Nella prima parte di Queimada Dolores si fida e non osa contestare i consigli di Sir Walker, colui che ritiene amico, chiara è la consapevolezza che da solo non sarebbe mai stato in grado di innescare una rivolta contro una superiorità e una prepotenza accanto alla quale ormai aveva imparato a convivere. Tuttavia dieci anni più tardi, l’inglese viene inviato di nuovo sull’isola per sedare una rivolta capeggiata proprio dall’ormai indiscusso capo dei ribelli Dolores, la situazione cambia totalmente.

Gli stratagemmi comunicativi di Walker non hanno più presa su Dolores, che ormai ha acquisito la piena coscienza del proprio ruolo (quindi della propria identità) e prende le distanze da un’amicizia che ormai ha capito non essere tale: «Se mi lasciano vivere, è perché gli conviene».

Il collegamento tra i due mondi viene bruscamente interrotto da una verità ormai non più modificabile, neanche con le minacce: «La storia ha dei tempi ben precisi,bisogna rispettarli, altrimenti si viene travolti».

A Dolores non interessa la civiltà dei bianchi, per lui conta la sua gente, di cui è diventato un vero e proprio leader e a cui trasmette i valori per cui combattere, a costo della vita che senza esitare sarà infatti pronto a sacrificare, pur di non scendere a compromessi con una civiltà ed una retorica che non riconosce come proprie… «ma quale civiltà, e fino a quando?».

film_morgan-freeman-glory_lIn Glory il problema del dialogo e dei rapporti tra il colonnello e i suoi soldati di colore è reso difficoltoso, paradossalmente, proprio dalla sua volontà nel volerli trattare esattamente come soldati bianchi.

Il colonnello Shaw viene infatti accusato dall’amico e collega d'armi, Cabot Forbes, di comportarsi in modo razzista verso i suoi sottoposti a causa delle punizioni e provvedimenti disciplinari loro inflitti, applicati integralmente come previsto dal codice militare.

Comportamento che inevitabilmente suscita diffidenza anche all’interno dello stesso reggimento, ma non mancano le plateali occasioni in cui il colonnello si riscatta mostrando le sue buone intenzioni e la sua reale fiducia nei suoi uomini in varie occasioni: «Se voi uomini non prenderete la vostra paga, nessuno di noi lo farà» oppure nel suo dialogo con Kendrik, dopo averlo minacciato per ottenere delle scarpe per i suoi soldati: «E’ per i neri che non ne avete. Voi pensate di poter mantenere 700 soldati senza scarpe perché pensate sia divertente? Da dove proviene questo potere?».

È in questo film che traspare prepotente il vero e proprio riconoscimento a cui si faceva riferimento inizialmente: qui l’altro è davvero riconosciuto, e non come essere diverso da “sopportare” o con cui imparare a “convivere”: Shaw vuole dimostrare che non è il colore della pelle a rendere valoroso un reggimento.

Altro ancora il percorso di “dialogo” in Mississippi Burning: i due protagonisti sono già in partenza dalla parte della film_mississippi_01popolazione nera, ma non hanno bisogno di guadagnarsi la loro fiducia. La barriera da superare è ancora più robusta, per giungere al dialogo devono fare i conti con il terrore e l’indifferenza che regna tra la gente della cittadina in cui svolgono le loro indagini, una realtà ben sintetizzata da questo scambio: «Per alcune cose vale la pena morire». «Quaggiù le cose sono diverse. Qui si pensa che per alcuni valori valga la pena uccidere».

Una barriera questa difficilmente scalfibile, e mai senza tragiche conseguenze. La gente di colore sembra quasi reagire passivamente, in silenzio, alle ingiustizie che subisce, sembra non voler assumere il benché minimo ruolo nella risoluzione del mistero. Eppure qualcosa si muove in mezzo alla paura e alle macerie delle chiese distrutte dal KKK. Si intravede il limite della sopportazione ormai al culmine, un’insofferenza che lascia trasparire l’ora del riscatto: «Che cos’è un diritto inalienabile se sei un negro?? […] Ora io dico a questa gente: guardate la faccia di questo giovane e vedrete la faccia di un nero, ma se guardate il sangue che viene sparso è rosso. È come il vostro, è proprio come il vostro».

Paola Negrelli

 

Ultimo aggiornamento ( Sabato 06 Febbraio 2010 13:07 )  

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